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Origini


La Danza del Ventre ha origini antichissime, derivando dalle danze in circolo femminili praticate in tutto il mondo sin dalla preistoria. Forme coreutiche cui potrebbero risalire i suoi movimenti erano diffuse in Egitto, Mesopotamia, Grecia.
In taluni casi questi balli potevano essere considerati più che piacevoli passatempi, vere e proprie forme cultuali e espressione di spiritualità, essendo molto spesso consacrate a differenti divinità femminili.
Già in epoca classica si assiste però alla loro decadenza. Ne permangono echi nelle forme esteriori e, via via, col sostituirsi dei monoteismi ai culti pagani, sopravvivono solo come forma di intrattenimento popolare dalle fortune alterne.
Durante il Medioevo scompaiono dall’Occidente. In Medioriente la Danza del Ventre si sviluppa in due forme: come svago e occupazione artistica delle donne degli harem e, come danza propiziatoria in particolari feste e ricorrenze, presso le popolazioni zingare.
L’Europa ne riscopre il fascino solo durante l’epoca coloniale, apprezzandola però più per la sua esotica sensualità che per il suo valore artistico.
La sua rinnovata diffusione tra le donne occidentali, come passatempo e esercizio fisico dolce e armonizzante, è un fenomeno che risale al Novecento, dapprima in America e Inghilterra e successivamente nell’Europa continentale.
Il Club Magica la trasmette in Italia fin dal 1984.

 

Origini e storia:

La danza del ventre nell’immaginario collettivo è spesso associata al Medioriente, realtà culturale in cui è sopravvissuta ed è stata tramandata fino a raggiungere la sua forma attuale.
Basandosi su testimonianze storiche ed iconografiche, è invece lecito supporre che tale tipo di danza possa avere origine da forme coreutiche femminili, basate sul movimento armonioso e sensuale dei fianchi e del bacino, comuni a gran parte del mondo arcaico.
Un legame con la sfera sacra è suggerito dalle mitologie arcaiche.
Un primo riferimento alla danza del ventre potrebbe leggersi infatti nella tradizione babilonese, in cui si racconta di come la Dea dell’amore Ishtar, nell’oltrepassare i sette cancelli del regno dei morti alla ricerca dello sposo Tammuz, avrebbe lasciato in pegno presso ciascuno di essi uno dei suoi sette veli.
Da ciò prenderebbe appunto il nome la “danza dei sette veli”, ovvero la danza di Ishtar.
In numerose tombe dell'Antico Egitto troviamo rappresentate donne che danzano, in occasione di banchetti privati, con movimenti tipici della “Danza del Ventre”.

La più famosa rappresentazione è forse quella della tomba di Nebanum, risalente alla diciottesima dinastia e perciò databile al XV secolo a. C.
Va fatto presente a questo proposito come le tombe egizie potessero essere luogo di culto oltre che monumenti funebri.
È anche opportuno citare il fatto che la Dea Iside fosse considerata dea della danza.
Sempre in ambito egizio, pare che nel corso della festa annuale della Dea gatto Bastet le donne usassero sostare
davanti alle città nilotiche compiendo danze sfrenate e gioiose al ritmo di crotali e flauti.

Alla tradizione greca è invece ascrivibile la danza giocosa e lasciva di Baubo, che sarebbe riuscita a placare Demetra, Dea delle messi, irritata dal rapimento di Persefone (inno omerico a Demetra).
Il mito trova il suo parallelo nella cultura giapponese, in cui è la Dea Uzume a convincere danzando Amaterasu, Dea del sole, ad uscire dalla grotta in cui si era rinchiusa privando la terra del suo calore.
Nel bacino mediterraneo è anche possibile trovare tracce di danze erotiche femminili praticate nel corso di riti sacri.

Riferimenti a danze in circolo femminili praticate nei tiasi, si ritrovano nella lirica greca fin dal VII secolo a. c. con Saffo, cui, secondo lo studioso Bruno Gentili, Alceo parrebbe riconoscere una dignità sacerdotale (“o coronata di viole, divina, dolce ridente Saffo”).
Sempre Gentili dice che è “in riferimento a tale carattere religioso che [...]potrebbero essere intesi alcuni versi della poetessa greca: “e non vi era danza né sacra festa... da cui fossimo assenti né bosco sacro”.
Nell’inno omerico ad Afrodite, collocabile presumibilmente nelle stesso periodo, la Dea si sarebbe finta una vergine, rapita mentre danzava in cerchio con le sue compagne.
B. L. Lawer in The dance in ancient Greece parla di una danza di particolare bellezza compiuta dalle giovani donne di Argo in onore di Era Atena.
Erodoto fa menzione di danze simili, dedicate a divinità della fertilità, presso l’Isola di Egina comparandole a quelle praticate dalle donne di Epidauro, in cui i balli si credevano connessi ai misteri iniziatici femminili, ed a Sparta, nota come la Città delle belle danze, in cui le fanciulle praticavano l’arte coreutica in occasione delle festività religiose
Un appellativo di Artemide era Kordaka, con evidente riferimento alla Kordax (presumibilmente dal verbo kradaino, ovvero vibrare, agitare, scuotere, riferibile al movimento del bacino e dei fianchi), secondo Pausania (Periegesi della Grecia, II secolo d.c.) danza dalle movenze languide e sensuali di natiche e bacino, eseguita nell’antica Lidia proprio in onore della Dea.
Sempre da Pausania apprendiamo che le Sacerdotesse di Afrodite pare eseguissero un assolo conosciuto come CIFTETELLI (nome che nella Grecia moderna viene tuttora attribuito alla “Danza del Ventre”).
Sempre ad Artemide erano connesse due danze erotiche femminili, la kallabis e la scinnide di cui parla anche lo scrittore e retore Luciano di Samosata (II secolo d.c.).
Nei suoi Dialoghi sulla danza leggiamo che chi pratica la danza deve conoscere tutti i miti del mondo antico, frase che parrebbe confermare come dato di fatto l’intima connessione tra la danza e le forme cultuali.

Nella stessa opera, l’autore parla di  kordax e scinnide come di danze rituali, connesse in particolare ai culti bacchici e dionisiaci, praticati in prevalenza dalle sacerdotesse baccanti, associandole a una terza tipologia, l’emmeleia.
“Il significato della parola emmeleia in greco è “giusto accordo nel suono e nel canto”, che potrebbe essere riferito, nella danza, alla capacità di muoversi tutte assieme, di vivere la coralità come poteva accadere ad esempio nella danza in circolo …”

Proprio le danze in circolo femminili potrebbero essere similmente antenate della danza del ventre.
È ancora in Luciano che troviamo il seguente passo: “coloro che ricercano le origini più veritiere della danza ti direbbero che essa nacque contemporaneamente alla prima origine dell’universo e che apparve insieme all’antico Eros; per esempio il movimento circolare degli astri, l’intreccio dei pianeti con le stelle fisse, l’euritmico rapporto e la regolata armonia che li governa sono la prova dell’esistenza primigenia della danza.”
E a conferma di questa tesi, troviamo danze praticate in circolo a Cogul (Spagna) in un dipinto rupestre risalente addirittura al paleolitico superiore.
A Cipro è stato invece rinvenuto un cerchio di bronzo raffigurante sei donne che danzano tenendosi per mano davanti all’immagine di una divinità femminile.
Da Palecastro, Creta, viene una rappresentazione di danzatrici d’orientamento tardo minoico. Le danze in tale ambito erano dedicate alla Signora delle Fiere. In particolare la cosiddetta danza del  labirinto, dalle movenze serpentine, potrebbe essere stata dedicata alla Signora dei Serpenti.
Nel libro "Storia della Danza", Curt Sachs descrive la danza pelvica dell'Africa Occidentale e fornisce testimonianze dell'esistenza di un'antica “Danza del Ventre” nei mari del Sud, in Nuova Guinea, in Polinesia e nell'Antica Grecia, come danza erotica propiziatoria alla fertilità.
Questo tipo di danza è stato ritrovato anche tra le donne Maori della Nuova Zelanda e veniva anticamente eseguita nelle Isole Hawaii dove è tutt'oggi conosciuta con il nome di Hula.
Anche nel mondo romano danze sfrenate venivano eseguite nel corso delle Floralia, retaggio presto decaduto di un rito agricolo primaverile chiamato Florifertum, precedente alla fondazione di Roma e dedicato a Flora Mater. In tale antico rito donne e fanciulle danzavano in cerchio nude tra i campi per propiziarne la fertilità.
In tutto il mondo antico quindi il ballo parrebbe essere stato un importante mezzo per celebrare il legame dell’essere umano con la Natura, essa stessa impegnata nella danza incessante degli astri e delle stagioni.
Le danze praticate dalle donne ed in particolar modo quelle sacerdotali possono essere immaginate come danze estatiche, in cui le partecipanti si avvicinavano a stati liminali, forse di trance, ritrovando e celebrando un’intima connessione con il divino.
Nelle parole di Irina Naceo: “…un esempio del modo femminile arcaico di danzare: fanciulle che danzano tra di loro al riparo dallo sguardo dei maschi, non per esibirsi, non per dare spettacolo, non per il compiacimento di sapersi muovere più o meno bene, ma con un obbiettivo che trascende completamente l’umana soddisfazione…”

Tuttavia, molte forme di culto arcaiche tra cui i cerimoniali bacchici, cominciarono presto a decadere, essendone probabilmente sopravvissute solo le manifestazioni esteriori ormai prive dell’originario significato spirituale.
Le danze rituali femminili vennero quindi definite lascive e, guardate con lo sguardo di un’umanità sempre più lontana dalle concezioni tradizionali, considerate volgari e indecorose.
Già nella Roma classica, nel corso delle Floralia le danze erotiche, interdette alle donne della buona società, erano ormai eseguite da prostitute che al termine delle esibizioni dichiaravano a gran voce il proprio nome ed il prezzo dei loro favori.
Nel 186 d. C. un decreto del Senato giunse a proibire i Baccanali nella Roma imperiale.
Contemporaneamente, l’avvento delle nuove religioni scoraggiò in Occidente e nel Medio Oriente la pratica e la trasmissione delle danze sacerdotali pagane connesse ai riti della fertilità.
Nell’Occidente medievale ne abbiamo ormai testimonianza solo dagli atti dei processi alle streghe, pur se in alcune feste contadine sono ravvisabili echi vaghi degli antichi culti.
Diverse furono invece le loro sorti in Medio Oriente dove sopravvissero almeno due forme di danze femminili destinate a trasformarsi in quella che è oggi definita danza del ventre.
Il relativo isolamento tra oriente e occidente dei secoli passati ci permette di averne notizia certa solo dal 1700 dai resoconti di viaggiatori e ufficiali europei.
Pare accertato che un primo tipo di danza del ventre fosse quello praticato negli harem, forma di intrattenimento di donne e per donne. A praticarla erano, secondo la trascrizione occidentale riscontrabile per primo in Savary, le Almee (termine derivante dall’arabo alemah ovvero donna istruita), figure associate tanto alla danza quanto al canto e alla poesia.
La loro sarebbe stata più che altro una danza d’unione tra donne, riservata ad un pubblico prettamente femminile, un passatempo artistico nella semi reclusione degli harem.
Accanto alle almee abbiamo notizia di un’altra tipologia di danzatrici, le ghawazi, che danzavano in pubblico, nelle piazze e nei cortili davanti a un pubblico anche maschile.
Le ghawazi (termine che significa straniera o comunque outsider rispetto alla società) erano per lo più gitane e si esibivano in occasione di nascite e matrimoni. La loro danza, trasmessa di madre in figlia, aveva probabilmente il senso originario di propiziare la buona sorte.
Successivamente, con la colonizzazione europea del Nord Africa e del Medioriente, nacque la figura della danzatrice professionista le cui performances, praticate nei cabaret e nei night club, avevano l’unico scopo di intrattenere in modo sensuale i clienti dei locali notturni.
La danza del ventre giunse davvero in occidente solo nella seconda metà del diciannovesimo secolo in seguito alle “grandi esposizioni universali”, occasione di incontro tra i paesi più lontani.

La sua vera e propria diffusione come rinnovamento del modo di danzare femminile e come attività praticata da donne di tutte le età è iniziata solo dopo i primi decenni del Novecento, dapprima in America e successivamente in Inghilterra e nell’Europa Occidentale.
In Italia è stata introdotta nel 1984 dal Club Magica, dove è a tutt’oggi praticata come forma di ginnastica completa e armonizzante e strumento utilissimo a ogni donna per ricercare un rinnovato contatto con un femminile troppo spesso asservito ai canoni innaturali moderni, per ritrovare una spensierata complicità femminile e per divertirsi in un clima di gioia e serenità.
Fin dall’origine, il Club ha cercato di valorizzarne la libera espressione e la sperimentazione secondo le inclinazioni delle diverse danzatrici, dando luogo a variazioni e fusion sempre nuove e creative .

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